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Revue française de linguistique appliquée

2004/2 (Vol. IX)



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1 - Il « plurilinguismo integrale » nei programmi europei

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A partire dagli anni 90 irrompe nel corpus normativo della Unione Europea (UE) una crescente attenzione per le questioni linguistiche. Accanto a ciò permangono tuttavia antiche e irrisolte questioni di ordine politico-organizzativo che di fatto testimoniano della difficoltà di dare attuazione alle enunciazioni programmatiche. Le riflessioni che seguono intendono dare conto di alcuni snodi problematici di fondo.

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Per un quadro sfaccettato delle varie fasi della politica linguistica europea a partire dagli anni 70 si rimanda soprattutto a Haarmann (1974), Coulmas (1991a, 1991b), Labrie (1993, 1999), Ammon (1994, 2003a, 2003b, 2003c), Truchot (1994, 2002), Weber (1996), Schlossmacher (1997), Wright (2000), Phillipson (2003) e Ross (2003).

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I recenti interventi normativi di politica linguistica a favore del cosiddetto « plurilinguismo integrale » derivano da una acuita percezione delle priorità socio-economico-politiche. In termini generali, l’obiettivo del plurilinguismo (istituzionale e societario [1]  La distinzione fra i due diversi tipi di intervento... [1] ) si trova ad essere programmaticamente funzionale alla pax linguistica e alla certezza del diritto, oltre che alla mobilità sociale all’interno del libero mercato e della « società della conoscenza e dell’informazione » [2]  Cf. Libro Bianco su istruzione e formazione (DOC 9... [2] . E’ infatti questo uno dei temi chiave nel dibattito attorno alle problematiche legate alla Governance [3]  Il concetto di Governance (cf. Libro Bianco sulla Governance... [3] e alla formulazione di politiche per l’istruzione transnazionale.

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I programmi della UE di fine e inizio millennio sono essenzialmente contenuti in 4 documenti fondamentali:

  1. il Trattato sulla UE del 1992 agli artt.126 e 128 (DOC 3);

  2. la Carta Europea per le Lingue Regionali o Minoritarie del 1992 (DOC 2);

  3. la Carta Europea dei Diritti Fondamentali della UE del 2000 (DOC 1) e,

  4. la Risoluzione del Consiglio sulla diversità linguistica del 14 febbraio 2002 (DOC 6).

All’interno di questo disegno generale la base giuridica ambisce a promuovere il « plurilinguismo integrale », anche in previsione dell’imminente allargamento, e in nome del riconoscimento di un’identità collettiva plurilingue e pluriculturale. Pertanto, il programma complessivo trova così la sua esaltazione politico-persuasiva nel famoso slogan « Unità nella molteplicità » [4]  Inutile sottolineare che il motto si presta a fin troppo... [4] .

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Va subito detto che il vero ostacolo è di ordine attuativo visto che, in termini puramente teorici, l’enunciazione giuridica degli interventi a difesa e a sostegno della diversità linguistica nei paesi aderenti, è formulata nei già citati artt. 126 e 128 [5]  Articolo 126, §1: La Comunità contribuisce allo sviluppo... [5] del Trattato di Maastricht. Come fa giustamente notare Ross (2003, 98-99), con argomentazioni giuridico-politiche, la UE non è in grado di assumersi in toto le ambizioni di legittimazione. Già all’interno dei singoli stati nazionali le due dimensioni di « governo attraverso il popolo » e di « governo per il popolo » si trovano in un rapporto di tensione. In un insieme di stati nazionali - quand’anche si trattasse di una effettiva confederazione - le due dimensioni vengono a trovarsi in una situazione di « vasi comunicanti » in cui ciò che viene guadagnato a favore della democrazia va a sfavore della efficienza di azione, e viceversa (Ross, 2003, 112). Ciò comporta che una politica linguistica volta a promuovere un ampio plurilinguismo sulla base di decisioni prese a maggioranza qualificata, deve fare i conti con le attuazioni pratiche e le conseguenti riformulazioni di ordine funzionale-teleologico.

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Fino ad oggi le istituzioni europee, e la ricerca scientifica giuridico-politica sull’Europa, non sono in grado di dirimere la spinosa questione relativa alle due dimensioni della legittimazione tanto che, nelle parole di Wallace (1993, 10), ci si trova ancora nella necessità di dealing simultaneously with the mundane and the metaphysical in the search of legitimacy.

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Sullo sfondo di questo dilemma e attraverso esempi provenienti da due diversi ambiti di intervento - quello della tutela delle « lingue minoritarie » e quello della gestione delle « lingue di lavoro » - si evidenzieranno alcuni concreti problemi.

2 - La tutela delle lingue minoritarie secondo la Carta Europea

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Come noto, in ogni paese della UE esistono numerose minoranze linguistiche, « storiche » e « nuove » [6]  Per le molteplici questioni legate alle lingue minoritarie,... [6] , che si percepiscono (e si fanno percepire) come tali. Poiché la differenziazione linguistica è uno dei tratti salienti dei gruppi e degli individui, i meccanismi di auto-/etero-percezione sono virtualmente illimitati.

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Già nel 1982 la Comunità Europea aveva affermato, tra i suoi princìpi ideologici-assiologici, che la diversità linguistica sui territori degli stati membri, ed il rispetto di questa, è parte essenziale della cultura europea e della sua civiltà (DOC 13). Nel 1992 in questa stessa materia viene conferita alla UE una maggiore competenza di azione, seppur in « sostegno » all’azione degli stati membri secondo il principio di « sussidiarietà ». Ne è così conseguito un rilancio di programmi e azioni il cui apice è rappresentato dalla Carta Europea per le Lingue Regionali o Minoritarie (d’ora in avanti, Carta e LRM). La Carta, adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 23 giugno 1992 sotto forma legale di Convenzione, fu sottoscritta il 5 novembre 1992. Essa è entrata in vigore - con 5 ratifiche - il 1 marzo 1998 [7]  Per una sintetica descrizione strutturale della Carta... [7] . La sua approvazione da parte dei 28 membri del Consiglio d’Europa è avvenuta con l’astensione di soli 5 Paesi: Cipro, Francia, Grecia, Regno Unito e Turchia.

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La Carta è un documento che si distingue da tutte le altre convenzioni internazionali per due motivi: il primo riguarda i princìpi ideologici enunciati dal documento, il secondo le modalità di attuazione. Entrambi vengono tuttavia mortificati da contraddizioni che de facto impediscono di farne un’azione di politica linguistica efficace ed efficiente come invece Grin (2003) auspicherebbe.

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Il primo elemento di originalità è di ordine ideologico-axiologico ed è costituito dall’esplicito riferimento alle lingue (regionali o minoritarie) come patrimonio culturale e storico dell’Europa. Come si evince dalla Parte II della Carta « Obiettivi e principi », all’art. 7, l’obiettivo principe è la tutela e la promozione linguistica indipendentemente dall’identificazione di diritti « positivi » o « negativi » delle singole comunità linguistiche minoritarie. Anche secondo le argomentazioni di Grin (2003) la Carta non va interpretata secondo un approccio « legale » e « normativo » - the concept of rights is not central to the Charter (Grin, 2003, 32) - bensì come un testo permeato di princìpi ideologico-assiologici che considerano la « diversità linguistica » in sé e per sé come bene (well-being or welfare) da preservare e da promuovere ai fini dello sviluppo della qualità della vita di tutti i cittadini (Grin, 2003, 32 e 194). Secondo la Carta la qualità di vita nella UE risulterebbe pertanto migliore se venisse preservata la diversità linguistica. In altre parole, nella visione del legislatore europeo un ambiente linguisticamente differenziato rappresenta un grado maggiore di qualità di vita rispetto ad uno monolitico e monolingue.

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La relazione tra diversità linguistica e bene sociale viene spiegata da Grin (2003, 202) con il seguente principio microeconomico di base:

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[…] diversity carries both benefits and costs, costs tend to increase at an increasing rate, and benefits at a decreasing rate. It follows that a socially preferable level of diversity is probably not “infinite” for cost reasons – or, making the same point using another angle, features other than diversity also affect our quality of life and require that some resources be spent on them. However, a socially preferable level of linguistic diversity is certainly positive (and, therefore, larger than zero). For this general reason, it is not only morally appropriate to preserve threatened languages; it is also a matter of hard-headed, even selfish common sense [8]  Per una più approfondita analisi di ordine economico... [8] .

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Una prima contraddizione di fondo della Carta emerge nel momento stesso in cui si esamina la definizione di LRM, soprattutto sulla base del congiunto documento esplicativo. Si assiste infatti alla torsione dell’oggetto della Carta per cui le « lingue minoritarie » vengono trasformate in « minoranze linguistiche », intese ovviamente non in termini linguistici, ma come gruppi sociali. Il testo in cui la Carta definisce il concetto di LRM è situato nella Parte I - Disposizioni Generali, art. 1, « Definizioni », e recita così:

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Ai sensi della presente Carta

a) con l’espressione « lingue regionali o minoritarie » si intendono

  1. le lingue tradizionalmente parlate nell’ambito di un territorio di uno Stato da cittadini di quello Stato che costituiscono un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione dello Stato, e

  2. diverse dalla/e lingua/e ufficiale/i di quello Stato; tale espressione non comprende né i dialetti della/e lingua/e ufficiale/i dello Stato né le lingue degli immigrati;

b) per « territorio nel quale una lingua regionale o minoritaria viene usata » si intende l’area geografica nella quale questa lingua costituisce il modo di esprimersi di un numero di persone tale da giustificare l’adozione delle diverse misure di tutela e promozione previste dalla presente Carta;

c) con l’espressione « lingue sprovviste di territorio » si indicano le lingue usate dai cittadini dello Stato, le quali differiscono dalla/e lingua/e usata/e dal resto della popolazione dello Stato, ma che, benché tradizionalmente parlate nell’ambito del territorio di tale Stato, non possono essere identificate con una particolare area geografica dello stesso.

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Va innanzitutto osservato che la dizione di « Lingua Regionale » è mutuata dal diritto francese dove sta ad indicare soprattutto quelle lingue autoctone alle quali vengono riconosciuti alcuni diritti, particolarmente in ambito educativo. Diverso è il caso del termine « Lingua Minoritaria » [9]  Si consideri a questo proposito l’osservazione di Labrie... [9] che non può limitarsi ad una esposizione di tipo giuridico, visto che l’espressione è mutuata dalla lingua comune e porta con sé più di un sovrasenso.

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Il concetto di lingua minoritaria è plasmato principalmente dall’idea di Abstand rispetto a lingue nazionali e/o ufficiali a cui si aggiunge un gradiente ridotto di status (e, per inferenza, di corpus). Dal testo della Carta si evince che le LRM sono comunità prevalentemente territoriali, di entità demografiche più ridotte rispetto alla comunità linguistica maggioritaria dello Stato di pertinenza e « diverse » dalla/e lingua/e ufficiale/i di quello Stato. La « materia » oggetto di tutela risulta anche dall’esclusione esplicita da un lato dei « dialetti » della/e lingua/e ufficiale/i dello Stato e dall’altro delle lingue alloctone.

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Prendendo come criterio di riferimento il possibile diverso status che gli idiomi possono ricoprire all’interno della UE si ottiene il seguente quadro:

  1. Lingue di lavoro delle Istituzioni UE

  2. Lingue ufficiali delle Istituzioni UE

  3. Lingue ufficiali nazionali degli stati membri

  4. Lingue ufficiali regionali degli stati membri

  5. Lingue minoritarie autoctone

  6. Lingue minoritarie alloctone

  7. Dialetti

La Carta, riferendosi a LRM, punta al tipo 5) della suddetta ripartizione. In termini demografici, queste vanno a coprire circa 50 milioni di cittadini europei, quasi un cittadino su sette (Sacchi-Warasin, 2003).

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Per quanto riguarda il possibile criterio di Abstand (distanziazione o differenziazione strutturale-tipologica, nella terminologia klossiana) si evince dalla definizione sopra riportata una considerazione delle lingue gerarchica ed esternalista (Savoia, 2003, 100). Questa soluzione, ripresa del resto dalla 482/99 [10]  Legge del 1999 dello stato italiano a tutela delle... [10] , è secondo Savoia (ibid.) una componente ideologica che sfrutta in chiave politica la distinzione terminologica fra lingue e dialetti, priva invece di valore teorico, e l’idea che i dialetti appartengano ad una lingua andando così a riflettere un pregiudizio radicato per cui le differenze di uso corrisponderebbero a differenze strutturali. Sulla medesima linea, Gusmani (1994, 208) mette in luce le forzature ideologiche alla base dell’attribuzione di un carattere alloglotto ai friulani e non, per esempio, ai piemontesi.

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La tutela ideologica della Carta si applicherebbe quindi a quelle LRM che hanno le seguenti probanti proprietà di:

  1. essere una Abstandsprache sia rispetto alla lingua nazionale/ufficiale che ai « dialetti » così come nel confronto fra loro,

  2. essere una lingua storicamente concresciuta e territorialmente delimitata all’interno di una entità statuale,

  3. avere un uso da parte di comunità linguistiche numericamente inferiori a quella/e nazionale/i di riferimento,

  4. supplire alla mancanza di territorialità con la storicità.

Come se non fosse già abbastanza difficile (se non impossibile) distinguere una « lingua » da un « dialetto », la complessità è data dalla individuazione di almeno cinque diverse categorie di LRM in base alle caratteristiche di « territorialità » (« extraterritorialità » e « aterritorialità »), di « status » e di « Abstand »:

  1. Lingue presenti in un solo stato membro, come il bretone in Francia o il gallese nel Regno Unito (si è quindi in presenza di « monoterritorialità »);

  2. Lingue presenti in più di uno stato membro, come il basco in Francia e Spagna o il sami in Finlandia e Svezia (casi di « bi- o pluriterritorialità »);

  3. Lingue con status differenziato secondo il contesto, come il tedesco che può essere lingua minoritaria in uno stato membro pur essendo lingua ufficiale/nazionale in Germania o con status di lingua di lavoro nelle istituzioni europee (vedi anche punto 4.);

  4. Lingue con status di lingue ufficiali della UE, ma non riconosciute ufficialmente come lingue di lavoro (in questa categoria figurano il gaelico [11]  Il gaelico gode dello status di lingua ufficiale per... [11] ed il lussemburghese);

  5. Lingue autoctone storiche, ma aterritoriali (p.es. minoranze diffuse rappresentate dalle cosiddette lingue giudaiche e lingue zingare [12]  Cf. Bakker (2001) e Soravia (2003). [12] ).

La Carta non contiene alcun elenco di lingue regionali o minoritarie [13]  Cf. Extra & Gorter (eds.) (2001, 45-173) per alcune... [13] , non fornisce criteri di differenziazione fra ‘lingua’ e ‘dialetto’ pur dichiarando l’esistenza di dialetti della/e lingua/e ufficiale/i dello Stato e non offre tutela alle minoranze alloctone [14]  Sono escluse da tutela oltre alle lingue alloctone... [14] .

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La identificazione della LRM è affidata alla discrezione dei singoli stati membri, ai quali spetta anche il compito di riconoscere come lingue quelle varietà che per altri potrebbero essere dialetti o inversamente a non riconoscere delle comunità linguistiche che altrove potrebbero essere oggetto di tutela. Si deduce quindi che la questione sull’accertamento di una LRM non dipende tanto da considerazioni linguistiche, quanto piuttosto da argomentazioni socio-politiche che possono produrre risposte diverse secondo i casi. La diffusione, la territorialità e la consistenza demografica non sono da soli gli elementi determinanti di una lingua minoritaria. Come accennato, esistono delle « grandi » lingue nazionali che extraterritorialmente sono lingue minoritarie e per contro delle « piccole » lingue - come lo sloveno con una comunità di poco più di 2 milioni - che non potrebbe essere definita come minoritaria. Anche lo status da solo non è un criterio decisivo [15]  Cf. a questo proposito Orioles (2003b). [15] . In Irlanda nessuno considererebbe l’inglese come lingua minoritaria, qualifica che spetterebbe piuttosto al gaelico irlandese che ricopre lo status di « prima lingua ufficiale ». Una definizione concettuale di lingua minoritaria è quindi quanto mai problematica. Tanto più che dalle Istituzioni stesse della UE emerge un concetto vago e diffuso, in cui semmai prevalgono gli aspetti sociologici dello svantaggio sociale. Dal rapporto del 1996 di Euromosaic si desume infatti che il concetto di lingua minoritaria non fa riferimento tanto a misurazioni empiriche quanto ad aspetti legati al potere e all’influsso esercitato dalla rispettiva comunità linguistica. Da ciò si spiega perché all’interno dei confini di uno stato la questione sulla tutela di una data minoranza linguistica sia condizionata in definitiva dalla relazione di negoziazione e di potere. Il potere d’altra parte è dato dal riconoscimento e dalla protezione di leggi internazionali. In questo senso i « popoli » organizzati in « stati » hanno maggior potere dei « gruppi » la cui demarcazione nei sistemi legali risulta più incerta e vaga e pertanto più problematica. Per questo motivo la UE, a dispetto delle sue tendenze alla globalizzazione e alla omologazione culturale, diventa l’alleato principale delle lingue minoritarie contro la vocazione repressiva degli stati nazionali. Va nondimeno osservato con Grin (2003, 48) che the self-perception of the Community that uses a particular form of expression would certainly have to be taken into account [16]  In connessione con le varie critiche e i commenti alla... [16] . Ciò significa che se uno stato membro venisse ad escludere una « lingua » sulla base di argomentazioni deboli o speciose - del tipo « non si tratta di una vera lingua » - ciò costituirebbe un atto di violazione alla Carta stessa. Sul versante linguistico va comunque registrata la problematicità di una definizione soddisfacente di che cosa sia una « lingua » o un « dialetto ». Il fatto che possano esistere leggi di tutela per determinate lingue, ad esclusione di altre, non significa necessariamente che la lingua tutelata sia in sé una « vera lingua », bensì in ultima analisi unicamente una lingua che ha ottenuto risposte « istituzionali » a strutturate richieste di potere. Questa base extralinguistica, o meglio politico-linguistica, è ciò che costituisce la vera spina dorsale della dimensione cràtica (da kràtos=potere) di ogni lingua (Muljačić, 2001).

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Alla tutela delle minoranze linguistiche socialmente intese, che come si vede è il vero oggetto della tutela offerta dalla Carta, non corrispondono però obiettivi « efficacemente » correlati: quelli esistenti infatti sarebbero semmai pensati per la realizzazione della promozione delle LRM intese secondo criteri linguistici. Alla tutela delle « minoranze linguistiche » del primo tipo dovrebbero piuttosto corrispondere azioni di intervento sulle premesse socio-politico-economiche che permettano di individuare e modificare i problemi socio-culturali ed economici alla base dei rapporti di potere fra comunità dominante e comunità dominata. Più nel dettaglio, alle problematiche di attuazione insite alla Carta, sono dedicate le seguenti considerazioni.

3 - Problemi di attuazione della Carta

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Nella lettura di Grin (2003, 91-96) un particolare elemento di originalità della Carta è dato dall’enfasi posta sull’ottenimento di risultati concreti. In verità, tutte le azioni indicate dalla Carta hanno il valore di « proposte di iniziative » che i singoli paesi intendono trasporre nei vari ambiti della vita pubblica. Spetta infatti a loro, e solo a loro, scegliere e mettere in pratica le proposte più consone alle specificità della situazione politica e sociale. In teoria, lo scopo principale della Carta consiste nel garantire il più possibile l’uso delle lingue regionali nell’educazione, nei mass media, nell’amministrazione, nel settore giudiziario e nella vita economica e sociale. Nello stesso tempo il documento afferma il rispetto dei princìpi della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale dello stato e formula l’auspicio che la relazione tra le lingue ufficiali e le lingue regionali non vada interpretata in senso antagonistico e soprattutto che la promozione di queste ultime non vada a detrimento delle prime.

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La contraddizione insita alla Carta emerge dal fatto che una promozione efficace della lingua deve tenere conto dei suoi usi funzionali e delle sue potenzialità, mentre la tutela proposta dal documento è da intendersi come azione di status planning. I limiti sono intrinsecamente legati al circoscritto potere di intervento della Carta nella vita politica dei singoli governi nazionali, ai quali spetta l’ideazione e l’attuazione degli obiettivi. Per questo motivo, le misure a tutela delle LRM in ambito « europeo » sono controbilanciate dagli interessi dei singoli stati nazionali. Questi, come indicano numerosi esempi del passato (Coulmas, 1991a, 15), per i più svariati motivi storico-ideologici non sempre (e non subito) si sono trovati d’accordo nel concedere e garantire alle comunità minoritarie i diritti richiesti.

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Sebbene la Carta offra delle potenzialità sinora inedite, il suo articolato normativo dà adito ad interpretazioni molto diverse. Come già rilevato da Dell’Aquila-Iannàccaro (2003, 48-51), la Carta permette anche interpretazioni […] che consentono agli stati contraenti, pur nella formale accettazione del valore del plurilinguismo e del pluriculturalismo, un riconoscimento quasi solo formale delle istanze regionali o minoritarie (Dell’Aquila-Iannàccaro, 2003, 51). La Francia, ad esempio, nonostante abbia sottoscritto la Carta e la Convenzione quadro, ha emendato la sua costituzione con un articolo in cui si specifica chiaramente che il francese è l’unica lingua ufficiale del Paese; in seguito a questo emendamento, la Corte Costituzionale francese ha deciso che la ratifica della Carta sarebbe stata incompatibile con la costituzione stessa. Questa decisione politica non ha compromesso il fatto che le lingue minoritarie presenti sul territorio francese potessero essere sostenute dalla UE e dallo Stato stesso, quanto piuttosto l’obbligo di farlo secondo i modi e i principi richiesti dalla Carta (Ammon, 2003a, 398). L’impostazione della Legge 482/1999 dello stato italiano è per certi versi simile (Orioles, 2003, 59-66; Dell’Aquila & Iannàccaro, 2003, 54-58), visto che all’art. 1 c. 1 è contenuta la norma « la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano ». Per queste questioni e per molte altre legate alle proposte avanzate in Italia sulla tutela degli « idiomi locali », oltre alle LRM, si rimanda a Besostri (2003, 37-39).

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Con riferimento all’interpretazione di Muljačić (2001) dei termini klossiani di Abstand (distanza) e di Ausbau (elaborazione) va detto che l’elaborazione è più importante della distanza. La distanza infatti, che è enorme nel caso del basco rispetto a spagnolo e francese, lingue procombenti e dominanti, non può salvare da sola il basco; né la distanza esigua del còrso rispetto all’italiano potrà impedire, per se stessa, la standardizzazione còrsa. Come già accennato sopra, accanto alla dimensione tèctica (da tèkton=costruttore) è di determinante importanza la dimensione cràtica che coincide con la libertà dei parlanti di disporre di se stessi, di decidere liberamente sulla lingua da usare e di poter realizzare tale decisione nell’ambito della propria comunità statale o parastatale (Muljačić, 2001, 158). In questo senso la dimensione cràtica funge da valido sostegno a quella tèctica. Non va infatti dimenticato che la politica di promozione delle lingue minoritarie ha successo solo se essa è fortemente spinta dalla politica culturale dei singoli stati membri ovvero da quelle élites che si fanno carico delle istanze - reali e simboliche - delle relative comunità linguistiche. Basti pensare che una comunità demograficamente consistente, come quella catalana, oggi non ambisce più tanto al riconoscimento di LRM, quanto invece ad un avanzamento di status come lingua ufficiale dell’Unione. Il numero dei suoi parlanti - 6/7 milioni - è tale che lo status di lingua regionale, concessole dal governo spagnolo, appare inadeguato soprattutto nella comparazione europea, in cui figura per esempio il danese, lingua ufficiale della UE, con una comunità linguistica numericamente inferiore (5 milioni). Il catalano è quindi candidato a due diversi tipi di riconoscimento: 1) in riferimento alla pluriterritorialità ambisce al riconoscimento di lingua regionale anche in Francia, 2) in riferimento allo status preme per il riconoscimento di lingua ufficiale nella UE. La dimensione cràtica è infatti un insieme di concatenazioni plurifattoriali.

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Grin (2003) ha minuziosamente analizzato il testo della Carta valutandone le modalità di applicazione in contesti reali e proprio sulla base delle difficoltà emerse dalle procedure di attuazione dei 17 paesi che all’agosto 2002 avevano ratificato la Carta. Da qui prendono avvio le sue osservazioni e le controindicazioni pratiche in assenza delle quali la Carta verrebbe destituita di senso. Ad ampia condivisione delle sue argomentazioni e a sostegno di alcune sue proposte si pone innanzitutto al centro della pratica realizzazione la costituzione di istanze decisionali e consultive.

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Ma proprio in relazione all’esperienza italiana la crescente consapevolezza del legislatore statale e regionale verso la diversità linguistica va ad alimentare il sospetto di una strumentalizzazione degli obiettivi di autonomia culturale al conseguimento di una più ampia autonomia politica. E’ innegabile la presenza di istanze autonomistiche e la rivitalizzazione di culture locali che cavalcano reali o presunti fattori di differenziazione linguistico-culturale.

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In ultima analisi, se si volesse preservare effettivamente (e non solo con la retorica dei politici) la diversità linguistica, la presenza e l’uso delle LRM dovrebbero essere considerati un fatto « normale ». Il processo di « normalizzazione » è mutuato dall’esempio catalano di normalitzatció, e non si riferisce quindi alla definizione di norme linguistiche riguardanti le LRM, come in Orioles (2003b, 62-63), bensì al fare dell’uso di una lingua « particolare » un fatto « normale ». Ciò è dipendente da alcune condizioni di base imprescindibili che con un unico termine potrebbero rientrare complessivamente nel concetto di « vitalità » della lingua. In essa si collocano almeno tre aspetti distinti e interdipendenti che corrispondono alla capacità, all’opportunità e al desiderio di usare la LRM. Il concetto di « normalizzazione » abbraccia queste tre condizioni e allo stesso tempo legittima l’intervento politico a favore delle LRM sottolineandone peraltro la rilevanza sociale. Giungere alla « normalizzazione » significa lasciare il terreno della politica linguistica « rituale » - costituita da paradigmi ideologico-assiologici - per procedere ad una politica linguistica « funzionale e pragmatica ».

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La realizzazione è sicuramente complessa e costosa; lo strumento stesso ha potenzialità complesse ed efficaci, ma solo se utilizzato in tutte le sue componenti. In molte realtà europee di certo si è assai lontani da una loro possibile attuazione, tanto più che altre questioni, linguistiche e non, reclamano una soluzione.

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A modo di rapido excursus si menzionano qui alcune iniziative di promozione della UE, da cui si evidenzia una attenzione nei confronti delle LRM più di carattere « museale ». Ci si riferisce, in particolare, ai progetti cofinanziati dalla Commissione Europea su proposta del Parlamento Europeo. Un esempio recente è EAC/19/2000 « Sostegno della Commissione Europea alle azioni di promozione e salvaguardia delle Lingue e Culture Regionali o Minoritarie » che si poneva quale fine ultimo lo « sviluppo » delle LRM attraverso cinque aree di applicazione: 1) lo sviluppo delle risorse o delle capacità linguistiche; 2) la promozione diretta della lingua; 3) gli aspetti socio-economici; 4) la cultura; 5) i media. L’azione si è risolta in finanziamenti per la elaborazione lessicografica (terminologia specialistica del settore giuridico) o per produzione di un sito web sul tema oppure, come il progetto LINMITER-Formation, per la realizzazione di un dizionario comune di catalano, friulano, galiziano, ladino, occitano e sardo da pubblicare in internet [17]  www. terminometro. info/ b/ 38/ fr/ bourses_linmiter.... [17] . Allo stesso modo, i progetti cofinanziati per l’Anno Europeo delle Lingue 2001 (AEL2001) sono stati per lo più finalizzati a pubblicità televisiva e radiofonica per incoraggiare l’apprendimento delle lingue.

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Infine, anche il compito fondamentale dell’EBLUL (European Bureau for Lesser Used Languages), si risolve di fatto nella rappresentanza delle LRM presso la UE e le Organizzazioni Internazionali, e nella gestione di reti d’informazione tra le comunità linguistiche minoritarie. All’EBLUL sono state rivolte critiche, da varie parti del mondo scientifico (Extra-Gorter, 2003; Ammon 2003a), per la decisione di tutelare solo le lingue minoritarie autoctone, con l’esclusione di quelle alloctone, sebbene queste ultime abbiano un numero considerevole di parlanti [18]  L’Europa infatti ospita, oltre alle cinquanta lingue... [18] .

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Non molto diverso è il paesaggio italiano in cui, con le parole di Piergigli (2003, 63), si va a rilevare che il legislatore locale non sempre ha saputo sottrarsi alla tentazione di piegare il fine della tutela delle minoranze linguistiche alla conservazione di consolidati assetti organizzativi, che trovano nella disciplina delle attività economiche, del turismo, degli interventi sul territorio le principali modalità di manifestazione.

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Questo groviglio di questioni è intimamente legato a un altro problema, apparentemente marginale e poco trattato, riguardante le lingue di lavoro all’interno delle istituzioni europee [19]  La problematica è stata più volte trattata da Ulrich... [19] . D’altro canto le diffuse pressioni verso forme che ormai vanno comunemente sotto il nome di « globalizzazione linguistica » sono complementari alla differenziazione linguistica. Il fenomeno si è esemplarmente delineato all’interno delle istituzioni della UE.

4 - La questione delle lingue di lavoro

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Il programma del plurilinguismo integrale della UE è nato e cresciuto all’interno dal plurilinguismo istituzionale. Questo costituisce oggi il punto cruciale di tutta la problematica del plurilinguismo. Si può anzi ipotizzare che la promozione delle LMR rientri in una strategia della distrazione volta a distogliere lo sguardo dal problema interno: quello della gestione linguistica nelle istituzioni della UE. In questo problema si palesa infatti la contraddizione di fondo che mette in evidenza come le realizzazioni concrete siano in netto contrasto non solo con i programmi di politica linguistica, ma anche con i princìpi ideologici enunciati nel diritto comunitario primario e derivato; per di più i testi normativi omettono di delineare con chiarezza le misure atte a concretizzare tali princìpi. Le argomentazioni che seguono intendono evidenziare gli snodi principali di questa contraddizione.

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Le motivazioni del plurilinguismo istituzionale sono sorrette e guidate da articolazioni complesse che, per motivi di spazio, vengono qui sintetizzate in riferimento ai seguenti quattro livelli: politico, giuridico, culturale e economico. In particolare:

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1) A livello politico, la sovranità democratica della UE si fonda, come già accennato, su una doppia legittimità: quella che deriva dai governi, di cui si fa portavoce il Consiglio dei Ministri, e quella che deriva dai cittadini, rappresentati nel Parlamento Europeo. Al fine di garantire stabilità politica è necessario che queste due fonti di legittimità esistano entrambe e che siano possibilmente in equilibrio. Il plurilinguismo si presenta come lo strumento attraverso il quale i cittadini garantiscono legittimità alla Unione assicurando con ciò trasparenza e democraticità alla vita politica. Secondo l’analisi di Beierwaltes (2000, 203), ripresa da Ross (2003, 117), il controllo democratico viene garantito ed esercitato attraverso l’insieme di tre dimensioni comunicative: la Pubblicizzazione, la Responsività e la Discorsività. Per Pubblicizzazione si intende la possibilità e la trasparenza con cui i cittadini ricevono informazioni indirette (attraverso quindi la stampa o i media) sugli organi della UE e sulle loro competenze per mezzo delle 11 lingue ufficiali della UE; la Responsività riguarda le modalità con cui i cittadini possono rivolgersi direttamente agli organi e ai rappresentanti della UE, ciascuno con le proprie lingue. Inoltre, in virtù del « diritto di cittadinanza » europea proclamato a Maastricht, tutti i cittadini della UE hanno diritto di voto attivo e passivo alle elezioni europee e, se designati, possono pertanto esercitare il proprio mandato indipendentemente dalle conoscenze linguistiche; a ben vedere, in qualità di detentori di un incarico rappresentativo in un’assemblea eletta direttamente dai cittadini europei, essi devono avere la possibilità di esprimersi nella/e propria/e lingua/e. La Discorsività designa la comunicazione all’interno del demos. Per garantire il plurilinguismo istituzionale sono indispensabili le prime due dimensioni.

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2) A livello giuridico, la UE vorrebbe produrre effetti concreti sui singoli cittadini in virtù dei princìpi dell’ « applicabilità diretta » di cui godono alcuni atti normativi, come ad esempio i Regolamenti. Tali princìpi comportano la necessità che i cittadini dispongano di tutte le leggi comunitarie nelle rispettive lingue native ai fini di una comprensione chiara delle stesse.

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3) Sul piano culturale, visto che la differenziazione linguistica costituisce per se stessa un bene e un arricchimento culturale all’interno della UE, il principio del plurilinguismo va mantenuto e difeso negli individui, nei gruppi e nelle istituzioni; l’utilizzo di tutte le lingue della UE in tutti i possibili contesti è l’unico principio operativo atto a favorire il mantenimento e il rispetto della diversità.

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4) Per quanto concerne gli aspetti economici va rimarcato che la gestione del plurilinguismo istituzionale, pur rappresentando dei costi elevati, trova giustificazione nella considerazione della ricchezza che il plurilinguismo apporta alla UE. La esclusione o la riduzione delle lingue ufficiali comporterebbe quindi inevitabilmente un atto di slealtà ai principi programmatici. Pertanto un risparmio europeo costituirebbe comunque una spesa nazionale.

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Il plurilinguismo istituzionale non è contemplato esplicitamente dai Trattati, ma è sancito da un atto di diritto derivato; l’art. 290 del Trattato sull’Unione Europea (ex art. 217 del Trattato di Roma del 25 marzo 1957) afferma che il regime linguistico delle istituzioni europee è fissato […] dal Consiglio che delibera all’unanimità […]. Il risultato delle deliberazioni del Consiglio è rappresentato dal Regolamento 1/58 che stabilisce un regime linguistico istituzionale plurilingue e paritetico (DOC 10). L’art. 1 del suddetto Regolamento asserisce che le lingue ufficiali e di lavoro della Comunità sono le lingue ufficiali degli Stati membri [20]  Viene anzi precisata la seguente clausola: « Per quanto... [20] . Anche se il Regolamento non chiarisce la differenza tra lingue ufficiali e lingue di lavoro, le pratiche linguistiche de facto esistenti hanno sancito come « lingue ufficiali » quelle utilizzate nella comunicazione esterna (tra le Istituzioni e i cittadini), e come « lingue di lavoro » quelle utilizzate nella comunicazione interna (inter- e intra-istituzionale). La mancata distinzione ufficiale tra i due termini è da ricondursi alla volontà della Comunità di permettere ai cittadini e ai loro rappresentanti di partecipare alle attività comunitarie senza che la diversità linguistica costituisca un ostacolo. Lo stesso Regolamento demanda alle singole istituzioni il compito di stabilire nei propri Regolamenti interni (che non sono atti normativi e che vincolano solo l’Istituzione che li emette) il loro regime linguistico interno, in armonia con i princìpi enunciati, ma in base ai compiti che esse svolgono nell’architettura della UE (art. 6). Da tutto ciò si inferisce che le Istituzioni hanno la facoltà di utilizzare tutte le lingue ufficiali come lingue di lavoro oppure di ridurne il numero.

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Le Istituzioni della UE possono essere distinte in due macrotipologie: 1) la prima comprende gli organismi rappresentativi [21]  Il Parlamento Europeo, il Consiglio dei Ministri dell’Unione... [21] all’interno dei quali le lingue di lavoro coincidono con quelle ufficiali; 2) alla seconda appartengono gli organismi che tutelano invece gli interessi generali della Comunità [22]  In particolare la Commissione, la Corte di Giustizia,... [22] ; all’interno di questi il numero delle lingue effettivamente utilizzate varia da una a cinque. Dalle pratiche linguistiche seguite si palesano quindi le contraddizioni del plurilinguismo istituzionale. Tanto più che gli organi che hanno deciso di rispettare l’uguaglianza tra le lingue finiscono per usare, nelle pratiche di lavoro, due lingue e molto più raramente tre.

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Il fenomeno è di cruciale importanza poiché la esclusione della maggior parte delle lingue risulta fortemente discriminante. Il portato della discriminazione risiede nell’intrinseca importanza dell’uso comunicativo e simbolico della lingua in sé: non si veicolano infatti solo le informazioni, ma si rappresentano anche le gerarchie (non solo linguistiche all’interno dell’UE) (Ammon, 1991a, 84).

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Come noto, tra le cosiddette lingue fondatrici della CEE figurano francese, tedesco, italiano e neerlandese; soprattutto le prime due si sono contese un ruolo dominante prima che la Gran Bretagna e l’Irlanda aderissero alla Comunità nel 1973.

5 - Attuale disparità nell’uso delle lingue di lavoro

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A partire dagli anni 90 l’inglese si è rapidamente imposto quale lingua « ipercentrale » (De Swaan, 2001a). Per quanto riguarda gli usi linguistici nelle istituzioni europee, i dati delle ricerche condotte nel corso degli ultimi 10 anni (Coulmas (1991a), Quell (1997), De Swaan (2001a/b), Lenaerts (2001), Truchot (2002) e Witt (2003)) mettono in evidenza la graduale diminuzione del francese rispetto all’inglese. In particolare De Swaan (2001b) evidenzia la « ipercentralità » dell’inglese non solo negli apparati burocratici delle Istituzioni comunitarie, ma anche nel suo uso di lingua franca nella comunicazione tra i Paesi membri e nei rapporti della UE con i Paesi terzi.

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Nella Commissione Europea a partire dagli anni 90 il regime trilingue (inglese francese e tedesco) tende a diventare sempre più monolingue in tutti gli ambiti della comunicazione (Labrie, 1993; Lenaerts, 2001). Quell (1997) ha confermato la supremazia dell’inglese attraverso un esauriente studio ricognitivo sull’uso delle lingue all’interno della UE. I risultati della sua inchiesta (attraverso questionari) suddivisi in tre macro-aree di usi linguistici (comunicazione orale, comunicazione scritta interna e comunicazione scritta esterna) mettono in evidenza almeno due dati rilevanti: 1) la presenza costantemente più alta dell’inglese rispetto al francese; 2) la presenza di percentuali da molto basse a quasi solo simboliche (rientranti in un divario fra un max del 5% per il tedesco e un min dello 0,5% del greco) delle lingue diverse da inglese e francese (Quell, 1997, 63-64).

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Il caso della Commissione Europea è particolarmente significativo anche perché mette chiaramente in luce la discrepanza tra i principi teorici e le pratiche linguistiche. Infatti, il Regolamento 1/58, agli artt. 2, 3, 4 e 5 vincola le Istituzioni ad usare con ogni stato membro della UE e con ogni suo cittadino la lingua ufficiale del paese, mentre il regime linguistico basato su tre lingue di lavoro - che la Commissione ha adottato nella prassi quotidiana - sarebbe eventualmente applicabile alla sola comunicazione interna. La giustificazione che la Commissione Europea adduce alle frequenti accuse fa riferimento a ragioni di opportunità o di necessità: i Commissari, peraltro scelti in base alle loro competenze tecniche e non certamente linguistiche, avrebbero in media una buona padronanza nell’inglese e molto più di rado nel francese, pertanto la scelta cadrebbe necessariamente fra queste due lingue. L’uso delle due sole lingue avverrebbe così all’insegna del risparmio di lavori di traduzione e dei tempi di lavoro. La diversità linguistica verrebbe quindi sacrificata a ragioni pragmatiche (Quell, 1997, 65). Si potrebbe facilmente obiettare con Volz (1994, 89) che la riduzione delle lingue di lavoro non comporta un effettivo vantaggio visto che i privilegi linguistici si ripercuotono negativamente sulle operazioni extra-linguistiche, non da ultimo sul buon governo.

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Sulla evidente disparità nell’uso delle lingue di lavoro si era già espresso Ammon (1991a, 80) che in particolare aveva delineato il ruolo di netto svantaggio del tedesco. Questi sottolinea l’ambiguità in cui si trova il tedesco che, malgrado il suo riconosciuto status di terza lingua di lavoro, esibisce una produzione di documenti di poco superiore a quella di tutte le altre lingue « minori ». Ammon (1991a) parla infatti di una Zwischenstellung del tedesco anche in considerazione della sua dimensione cràtica. Il tedesco fa infatti riferimento ad una comunità linguistica demograficamente ed economicamente consistente, caratteristiche che in teoria pongono il tedesco all’interno della UE in una posizione di grande rilievo. Tuttavia la UE non può evidentemente astrarre dagli effetti pervasivi della globalizzazione la cui componente linguistica è data dai processi con cui una determinata lingua viene sempre più impiegata all’interno della cosiddetta « comunicazione internazionale ». Secondo Steger (2003, 82-85) fra le variabili più importanti che portano alla globalizzazione linguistica occidentale figurano: 1) l’apprendimento linguistico e il turismo, 2) gli usi linguistici in Internet, 3) la lingua della comunicazione scientifica, intesa global intellectual discourse (Steger, 2003, 83) ai fini della produzione, riproduzione e divulgazione delle conoscenze [23]  Cfr. a questo proposito Carli & Calaresu (2003), Laponce... [23] . In tutto ciò l’inglese svolge oggi un incontestabile ruolo di predominio.

6 - Conclusioni

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Come sopra indicato, lo status di lingua di lavoro rappresenta l’apice della gerarchia linguistica all’interno della UE. Questo ruolo effettivo, non solo nominale, viene oggi svolto principalmente dall’inglese e in subordine dal francese. Il tedesco, al terzo posto, non ricopre alcuna effettiva rilevanza (Schlossmacher, 1997, 81).

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Nell’analisi sociologico-politica che De Swaan (2001a, 27-40) fa della lingua come « bene ipercollettivo » emerge che dallo status elevato ricoperto da una lingua all’interno della UE dipende anche il prestigio di essere usata ed insegnata come lingua straniera e di ricoprire il ruolo di lingua franca in contesti internazionali. In effetti, la consistenza demografica di tutti i parlanti (nativi e non nativi) costituisce il potenziale comunicativo. Questo si compone a sua volta di un certo grado di prevalenza, vale a dire l’estensione d’uso come lingua nativa, e da un certo grado di centralità, cioè l’estensione d’uso come lingua straniera. Secondo De Swaan (2001a) e Steger (2003) il grado di centralità svolge un ruolo di gran lunga più incisivo di quello di prevalenza.

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L’esercizio di tutte le funzioni comunicative che una lingua può svolgere all’interno della UE ha ricadute positive anche sul corpus linguistico (Cosmai 2003; Dibattista, 1998; Mori, 2003), come tra l’altro dimostra, all’interno delle istituzioni comunitarie, l’esistenza dell’« euroletto » [24]  L’« euroletto » è, secondo la definizione di Mori (2003,... [24] .

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Altre considerazioni di ordine più strettamente economico possono essere:

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1) la diffusione di una lingua a livello europeo ed internazionale facilita anche l’accesso al mercato, con notevoli valori di competitività sia per i parlanti che per lo Stato con cui essa si identifica. Questo elemento fa dell’inglese uno dei prodotti di esportazione più importanti della Gran Bretagna (Coulmas, 1991c, 24).

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2) Solo la parità di trattamento tra le lingue comunitarie può assicurare l’uguaglianza di opportunità nella concorrenza economica tra i Paesi europei dato che i documenti non prodotti o non tradotti in certe lingue vanno inevitabilmente a creare lacune di informazione e non rispetto delle pari opportunità.

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Queste considerazioni portano intuitivamente a comprendere e spiegare i motivi che inducono le singole comunità linguistiche rappresentate nella UE a promuovere la propria lingua attraverso le politiche linguistiche dei singoli governi nazionali. A questo proposito, sarebbe interessante disporre di un quadro analitico delle politiche linguistiche nazionali per poterne meglio valutare il rapporto fra i principi e i risultati raggiunti (o raggiungibili). Le politiche linguistiche sinora più frequentemente perseguite sono di tipo « utilitaristico »- « protezionistico » volte a difendere la lingua nazionale dagli « attacchi » di lingue egemoni. Si può sicuramente affermare che queste politiche vengono formulate come tentativi di arginare l’inglese e che proprio per questo motivo non hanno prodotto grandi effetti positivi. Sono piuttosto pensabili nuove possibilità in politiche linguistiche di tipo axiologico-teleologico che siano in grado di astrarre dai singoli interessi particolari per individuare invece alleanze comuni nel perseguire obiettivi in parte comuni. In ultima analisi, si tratterebbe di creare basi strategiche di più ampio potere contrattuale.

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La politica linguistica italiana è piuttosto blanda per quanto riguarda l’interesse e la promozione della lingua nazionale (Robustelli, 2003); ciò significa che è la consapevolezza metalinguistica della lingua in Italia ad essere « debole » e non la lingua stessa. In previsione dell’allargamento a est, Benedetti (2003) ritiene che l’italiano possa essere un’importante lingua « ponte » delle Istituzioni europee: Italian is a founder-country language and is much more widely known among interpreters than in the population at large. In 2001, Italian was a potential relay language in three-quarters of the meetings in the Council. Today Italian is a valuable bridge language […] and could also be relevant as a bridge after enlargement […] (Benedetti, 2003, 40).

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Nella definizione della politica linguistica entrano in gioco diverse forze che con Ammon (2003b) possono essere distinte in due gruppi: esistono degli « attori », ai quali spetta la definizione delle politiche linguistiche, ed esistono dei « gruppi di interesse » che premono sui primi affinché vengano attuate delle misure volte a promuovere efficacemente la lingua. Gli « attori » principali sono i politici, che nello specifico della UE compongono il Consiglio dei Ministri; al loro fianco collaborano, a volte direttamente, anche intere comunità linguistiche e le istituzioni linguistiche nazionali. La definizione dei « gruppi di interesse » è invece più complessa poiché esiste un unico grande gruppo che nella UE si identifica con l’intera popolazione delle varie unità politiche e che si può dividere in diversi gruppi minori. Un primo gruppo è costituito dai parlanti nativi di una determinata lingua spinti da un interesse « naturale » - legato al carattere « ipercollettivo » della lingua - a promuovere e a far promuovere questa lingua; a questi si affianca il gruppo di coloro che hanno investito nell’apprendimento di una lingua straniera, i quali hanno interesse nel mettere a frutto il capitale posseduto. A volte, tuttavia, l’interesse dei parlanti nativi e non nativi di una determinata lingua può trovarsi in conflitto: ad esempio, i tedeschi che possiedono l’inglese come lingua straniera e che hanno interesse a che questa venga promossa, non vogliono senz’altro favorirla a scapito del tedesco all’interno delle istituzioni europee (Ammon, 2003b, 199). Un altro gruppo di interesse è formato da coloro la cui l’esistenza lavorativa dipende dalle conoscenze linguistiche, e quindi dalla promozione delle stesse: linguisti, insegnanti, traduttori e interpreti. A questi gruppi si aggiungono, infine, tutti quegli individui che hanno un qualsiasi altro interesse, anche inconsapevole, per la promozione della lingua. Gli « attori » della politica linguistica, in ultima analisi i politici, dovrebbero tenere conto di tutte queste diverse istanze nella definizione delle politiche linguistiche.


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    • DOC 8: Corte di Giustizia delle Comunità Europee (1991): Regolamento di procedura. Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee, L 176, 4 luglio 1991. Lussemburgo, Ufficio delle Pubblicazioni ufficiali delle Comunità Europee, 7-32.
    • DOC 9: Libro Bianco (1995): Imparare e apprendere: Verso la società conoscitiva. COM (95) 590
    • DOC 10: Libro Bianco (2001): La Governance Europea. COM (2001), 428, luglio 2001
    • DOC 11: Libro Verde: Vivere e lavorare nella società dell’informazione - priorità della dimensione umana -. COM (96) 389, luglio 1996.
    • DOC 12: Libro Verde: Informazione del settore pubblico nella società dell’informazione. COM (98) 585.
    • DOC 13: Parlamento Europeo: Opinione della Commissione degli Affari Politici del Parlamento Europeo. DOC 1-306/ 1982, 21.

Notes

[1]

La distinzione fra i due diversi tipi di intervento considera: 1) il plurilinguismo « istituzionale » come un insieme di norme che regolano il regime linguistico all’interno delle istituzioni europee e 2) quello « societario », a sua volta suddiviso in misure di intervento per a) la promozione dell’apprendimento linguistico, b) la tutela delle minoranze storiche sul territorio della UE. Nella presente trattazione si prenderà innanzitutto in considerazione il problema delle lingue minoritarie e successivamente quello della gestione (teorica e pratica) delle lingue di lavoro. Verrà invece tralasciato ogni discorso sulla politica di promozione dell’apprendimento linguistico. Per questo argomento si rimanda a Felloni (2003) alla quale vanno peraltro rivolti i ringraziamenti per aver fornito, ai fini del presente lavoro, alcuni preziosi riferimenti della documentazione normativa europea, troppo spesso ignorata dalla bibliografia scientifica.

[2]

Cf. Libro Bianco su istruzione e formazione (DOC 9 ); Conclusioni del Consiglio Europeo di Stoccolma sull’impiego delle nuove tecnologie (DOC 7); Libro Verde sul vivere e lavorare nella società dell’informazione (DOC 11); Libro Verde sull’informazione del settore pubblico nella società dell’informazione (DOC 12).

[3]

Il concetto di Governance (cf. Libro Bianco sulla Governance europea, DOC 10) non coincide con quello di « governo » visto che la UE non esercita potere di governo sugli Stati membri. Con il termine di Governance si designa l’insieme di regole, processi e comportamenti che avvalorano l’esercizio delle competenze della UE (www. cocis. it/ europa/ scheda1. htm). Il fine ultimo dovrebbe mirare alla formazione di una base più sicura e condivisa di co-governo. Per gli aspetti politico-economici della Governance rispetto alla diversità culturale cf. Grin (2000).

[4]

Inutile sottolineare che il motto si presta a fin troppo facili parodie, come sta a testimoniare il titolo della monografia di Ross (2003), Europäische Einheit in babylonischer Vielfalt, da cui traspare un certo euroscetticismo. Va tuttavia notato che un motto molto simile a quello europeo si legge anche alle spalle di Bush: E pluribus unum.

[5]

Articolo 126, §1: La Comunità contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra gli Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità degli stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema d’istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche. §2: L’azione della Comunità è intesa: a sviluppare la dimensione europea dell’istruzione, segnatamente con l’apprendimento e la diffusione delle lingue degli Stati membri; a favorire la mobilità degli studenti e degli insegnanti […]. Articolo 128, §1: La Comunità contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il retaggio culturale comune. §2: L’azione della Comunità è intesa ad incoraggiare la cooperazione tra gli Stati membri e, se necessario, ad appoggiare ed integrare l’azione di questi ultimi nei seguenti settori: miglioramento della conoscenza e della diffusione della cultura e della storia dei popoli europei; conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea; […] (DOC 3).

[6]

Per le molteplici questioni legate alle lingue minoritarie, anche nella evoluzione degli ultimi 20 anni, si rimanda a: Ajello (ed.) (1983), LMP (1985), IEI (1986), Bratt Paulston-Peckham (eds.) (1998), Nelde & Rindler-Schjerve (eds.) (2001), Extra-Gorter (eds.) (2001), Orioles (2003a), Orioles (ed.) (2003).

[7]

Per una sintetica descrizione strutturale della Carta basti qui dire che si compone di: 1) un preambolo; 2) un corpo costituito da 5 distinte parti e 3) un « documento esplicativo ». 1) Il preambolo contiene i princìpi ideologici e legali di fondo, cioè: a) la tutela delle LRM d’Europa quale elemento essenziale del patrimonio culturale europeo; b) l’uso delle LRM quale diritto inalienabile, conformemente ai princìpi espressi nella « Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite sui Diritti Civili e Politici » e allo spirito della «Convenzione per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali » del Consiglio d’Europa; c) l’esplicito richiamo alle azioni di tutela e promozione delle LRM senza che ciò vada a detrimento delle lingue ufficiali europee, e d) il principio della diversità linguistica e culturale come anima democratica del continente europeo. 2) Le 5 parti del corpo della Carta sono: a) le condizioni generali; b) gli obiettivi e i princìpi; c) le misure concrete; d) le applicazioni; e) le condizioni finali, di carattere strettamente tecnico. 3) Infine, l’aggiunta del « documento esplicativo » che non ha valore legale, ma è funzionale alla interpretazione di tutto il documento.

[8]

Per una più approfondita analisi di ordine economico cf. Grin (2000, 355-378).

[9]

Si consideri a questo proposito l’osservazione di Labrie (1999, 204) secondo cui la politica linguistica, in quanto regolatrice dei rapporti di potere costruiti sulla base dell’ideologia linguistica, presuppone la creazione di minoranze linguistiche. D’altra parte, la politica linguistica e i diritti delle minoranze possono essere considerati come le due facce della stessa realtà: due facce del pluralismo linguistico che verrebbero a volte a trovarsi in contraddizione.

[10]

Legge del 1999 dello stato italiano a tutela delle minoranze in Italia; cf. Orioles (ed.) (2003) e, in particolare, Savoia (2001).

[11]

Il gaelico gode dello status di lingua ufficiale per quanto riguarda i Trattati e gli atti di diritto primario, ed è anche riconosciuto come tale dal Regolamento di procedura della Corte di Giustizia delle Comunità Europee. Tale Regolamento riconosce all’art. 29, §1, tutte le lingue della Comunità, incluso l’irlandese, come lingue processuali, anche se le sentenze della Corte sono pubblicate solo nelle 11 lingue ufficiali stabilite dal Regolamento 1/58 (DOC 8). L’art. 7 del Regolamento 1/58 che stabilisce il regime linguistico della UE (DOC 4) afferma infatti che la Corte di Giustizia ha la facoltà di darsi un proprio regime linguistico, precisandone le modalità nel proprio Regolamento di procedura.

[12]

Cf. Bakker (2001) e Soravia (2003).

[13]

Cf. Extra & Gorter (eds.) (2001, 45-173) per alcune lingue regionali della UE e Gugenberger & Blumberg (eds.) (2003) per le lingue regionali europee, anche extra-UE. Si tenga presente che secondo i criteri della Carta una gran parte delle lingue della UE ricopre sia lo status di lingua ufficiale sia quello di lingua minoritaria. Solo 4 lingue ufficiali della UE (inglese, italiano, portoghese, spagnolo) non ricoprono lo status di lingua minoritaria, almeno nella attuale (aprile 2004) configurazione della UE.

[14]

Sono escluse da tutela oltre alle lingue alloctone anche le lingue artificiali e le lingue dei segni.

[15]

Cf. a questo proposito Orioles (2003b).

[16]

In connessione con le varie critiche e i commenti alla Legge dello stato italiano 482/1999 per la tutela delle minoranze linguistiche storiche si vedano i pericoli della autorivendicazione (Dal Negro, 2000, 97) e quelli della esaltazione della autopercezione (Orioles, 2003b, 58).

[18]

L’Europa infatti ospita, oltre alle cinquanta lingue autoctone, anche un numero elevato, probabilmente alcune centinaia, di lingue alloctone, cf. Extra & Gorter (2001) e Ammon (2003a, 393).

[19]

La problematica è stata più volte trattata da Ulrich Ammon in riferimento alla posizione del tedesco come lingua di lavoro; le sue argomentazioni sono ben riassunte in Ammon (2003b); la questione è stata cursoriamente trattata anche da Ross (2003, 42-45), Felloni (2003, 122-129) e Benedetti (2003), quest’ultimo in riferimento al servizio di interpretazione.

[20]

Viene anzi precisata la seguente clausola: « Per quanto concerne gli Stati membri in cui esistono più lingue ufficiali, l’uso della lingua sarà determinato, a richiesta dello Stato interessato, secondo le regole generali risultanti dalla legislazione di tale Stato » (art. 8 DOC 4)

[21]

Il Parlamento Europeo, il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea nelle sue riunioni ufficiali, i due organi consultivi (Comitato delle Regioni e Comitato Economico e Sociale).

[22]

In particolare la Commissione, la Corte di Giustizia, la Corte dei Conti, alcuni organi quali la Banca Centrale Europea, la Banca Europea per gli Investimenti e tutte le Agenzie comunitarie.

[23]

Cfr. a questo proposito Carli & Calaresu (2003), Laponce (2003), Ammon & McConnell (eds.) (2002).

[24]

L’« euroletto » è, secondo la definizione di Mori (2003, 476), « un linguaggio specialistico della legislazione comunitaria, che nasce dalla intersezione di tre dimensioni di variazione linguistica: in primo luogo la sua natura di linguaggio burocratico delle istituzioni comunitarie, di linguaggio giuridico della legislazione dell’UE e di linguaggio settoriale in relazione alla materia trattata ».

Résumé

Français

Cet article envisage quelques mesures normatives de la récente politique linguistique soutenue par l’Union Européenne (UE). On en dispute ici certains aspects problématiques et contradictoires. L’analyse considère deux différents secteurs: a) la protection des langues minoritaires, et b) le régime des langues de travail à l’intérieur des institutions européennes mêmes.
En ce qui concerne les langues minoritaires l’article prend en compte la Charte Européenne pour les Langues Régionales ou Minoritaires du 1er mars 1998 et en met en évidence les points de force ainsi que les faiblesses. Les contradictions entre les aspects théoriques et pratiques sont encore plus évidentes lorsqu’on prend en considération le régime linguistique des langues de travail à l’intérieur des institutions européennes. En ce cas la proclamation du plurilinguisme est complètement bouleversée par la pratique effective du monolinguisme anglais.

English

This article deals with the language policy measures recently adopted by the European Union (EU) and aims to highlight some problematic and contradictory points. The analysis focuses on two specific aspects: a) maintenance and protection of minority languages, and b) « work language » institutional regime.
A critical interpretation of the European Charter for Regional or Minority Languages (1998) allows for the identification, discussion and evaluation of both the positive and negative aspects which characterise this legal document. Theoretical and practical contradictions become more evident when ‘work languages’ are considered within the Institutions since the rich European multilingualism is sacrificed to an embarrassing English monopoly.

Plan de l'article

  1. Il « plurilinguismo integrale » nei programmi europei
  2. La tutela delle lingue minoritarie secondo la Carta Europea
  3. Problemi di attuazione della Carta
  4. La questione delle lingue di lavoro
  5. Attuale disparità nell’uso delle lingue di lavoro
  6. Conclusioni

Pour citer cet article

Carli Augusto, « Plurilinguismo e lingue minoritarie nella politica linguistica europea », Revue française de linguistique appliquée 2/ 2004 (Vol. IX), p. 59-79
URL : www.cairn.info/revue-francaise-de-linguistique-appliquee-2004-2-page-59.htm.

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